Mentre

03.04.2025

Pensa. Il mondo ai piedi e tutto in torno il resto. Le mani ferme, il corpo attento, l'ultimo silenzio quello più lento. Pensa. La prima volta cercavi il bianco, guardavi fisso, trovavi altro: rossi spenti, verdi arrugginiti, l'eterno coloro squillante, spalmato a fresche passate su un grigio spento, di quelli di un tempo, non quello del cinema, quello è un portento, un grigio di giorni passati lontani da scelte normali. 

Muovi. Il ticchettio dell'immobile tempo, quello di un cielo stampato in argento, ripassa tra le ciglia i pensieri arruffati e le palpebre andate risalgano su, scendendo di colpo, saracinesche blu, per nascondere al mondo, mentre lui ticchetta, il motivo per cui sei rimasta in, senza fretta. 

Trova. C'era un tempo che era cucito di rosa, promesse tessute e ipotesi argute, i per sempre buttati o dati per scontato, mentre il resto scorreva e scorreva d'incanto, e di ieri non c'era che la polvere appena, mentre oggi raccoglieva la sua, senza troppa pena, che domani sarà polvere nuova, niente di diverso di un ultimo ancora, dovrei aspettare ancora del tempo, succederà ancora domani, sarà di certo ancora un momento che passerà tra le curve di luci che ti portano dove non hai bisogno di perdere nient'altro che il rispetto che hai, per l'amore che muove e quello che spegne, per quello che poi ci porta qui in mutande, senza sapere l'impronta lasciata sul suolo se sarà acuta o forse solo un leggero frastuono. 

Lascia. Le guance trattengono il sorriso nascosto, i ricordi quelli stanno là a riempire il volto e le rime, le mille rime dedicate, le parole mai donate e il peso di scelte che sapevi sbagliate, mentre il vento nascondeva in una manciata di noi, la speranza che prima o poi sia il resto del mondo un teatro sbagliato, il palcoscenico rotto di un urlo mancato, l'alta marea che ricopre l'istante in cui ha perso la voglia di cercare conchiglie, o forse, è da dire, per rima dannata, le tue ultime mutande. 

Perdona. Quegli occhi rubati, che ti hanno ascoltato in giornate pesanti e ritmi serrati, che stavano là, nascosti tra il suolo, sperando di veder nascere un albero di nocciolo o forse di noci, nutrite di sguardi e chiusure di occhi e respiri pesanti, di noci così grandi da poter essere barca, con vele assai bianche, più bianche di te, per andare lontano, almeno dentro di te. 

Scopri. Che il senso spesso crea confusione, la semantica in fondo è questione d'opinione, sopratutto se io penso di essere fusto e tu più che chioma uno struzzo, di quelli con piume su tutta la testa, che nascondono il capo appena hanno occasione di evitare risposte dal tono sbagliato. 

Non so cosa sia che muove il tuo mondo, non so se alla fine la tua mano s'è alzata trovando un posto dove prendersi tempo per essere ciò che solamente è, palmo e contatto, silenzio e tatto, che scende piano dove ne hai bisogno, nascondendo il resto, quello è fin troppo tondo. Non so cosa sia restare nel guscio, non so dove sei se in questo o in altro posto, ricordo soltanto che la nostalgia è qualcosa che ormai se n'è andata via, annegando nel bianco di un cielo illuminato o in quello assai candido del tuo senso ritrovato. 

https://www.youtube.com/watch?v=oUFJJNQGwhk<br>


Share
© 2019 parlanodiMe di Francesco Cicale - Tutti i diritti riservati.
Creato con Webnode
Crea il tuo sito web gratis! Questo sito è stato creato con Webnode. Crea il tuo sito gratuito oggi stesso! Inizia